FRANCO BASAGLIA E MARIO TOBINO PDF Stampa E-mail
a cura di Valentina Del Bello e Francesco Tullio


In occasione dell’incontro “Impazzire si può!” che si svolgerà a Trieste dal 21 a 24 giugno, abbiamo selezionato alcuni brani di Franco Basaglia e di Mario Tobino per  riflettere e far riflettere su alcuni aspetti legati alla salute mentale, in particolare la diagnosi e l’uso degli psicofarmaci.   
                                                                                                                                              Proponiamo inoltre un estratto dal manuale diagnostico DSM-IV  per  sollevare un problema importante dal punto di vista medico e umano. Se ci concentriamo sulla diagnosi rischiamo di ridurre il problema della persona sofferente ad una etichetta ed in qualche misura la costringiamo  maggiormente nel suo ruolo, talvolta ne rendiamo rendiamo più difficile la guarigione.                                                                                                             
D'altra parte classificare fa parte delle necessità di comunicazione fra diversi soggetti. Le diagnosi sono una forma di classificazione ma non andrebbero assolutizzate. Oltre che diagnosticare è necessario prestare sempre ascolto ed attenzione al vissuto soggettivo del malato, vederlo non in quanto parte di una categoria ma in quanto essere unico con una storia unica per accompagnarlo con i diversi strumenti a nostra disposizione verso uno stato di maggiore equilibrio e felicità.
Francesco Tullio e Valentina del Bello

CHE COS’È LA PSICHIATRIA? di FRANCO BASAGLIA, psichiatra.
Tratto dalla conferenza sul tema “La libertà comunitaria come alternativa alla regressione istituzionale”, 1967.
Nel 1948 J.P.Sartre, nel saggio "Che cos’è la letteratura? " (Situations II, Gallimard, Paris) scrive fra l’altro che le "ideologie sono libertà mentre si fanno, oppressione quando sono fatte". Questa precisazione sul fissarsi in schemi prestabiliti di ciò che, nato come contestazione della realtà, nella realtà deve trovare il senso del suo continuo rinnovarsi per non tramutarsi in oppressione di sé, è la premessa su cui si basano le discussioni e i saggi qui presentati che formulano tutti un’unica domanda: che cos’è la psichiatria?
Questa domanda – di per sé provocatoria – vuole essere solo un invito ad una discussione. Essa nasce dallo stato di disagio reale in cui ci si trova, oppressi da un ideologia psichiatrica chiusa e definita nel suo ruolo di scienza dogmatica che, nei confronti dell’oggetto della sua ricerca, ha saputo solo definirne la diversità e incomprensibilità venute a tradursi concretamente nella sua stigmatizzazione sociale.
Le diagnosi psichiatriche hanno assunto infatti un valore ormai categoriale, nel senso che corrispondono ad un etichettamento, ad una stigmatizzazione del malato, oltre i quali non c’è più possibilità d’azione o di approccio. Nel momento in cui lo psichiatra si trova faccia a faccia con il suo interlocutore (il "malato mentale") sa di poter contare su un bagaglio di conoscenze tecniche con le quali – partendo dai sintomi – sarà in grado di ricostruire il fantasma di una malattia; avendo, tuttavia, la netta percezione che – non appena avrà formulata la sua diagnosi - l'uomo sfuggirà ai suoi occhi, perché definitivamente codificato in un ruolo che ne sancisce soprattutto un nuovo status sociale. Si entra cioè in una sorta di passività che lo "scienziato" viene ad assumere di fronte al fenomeno e che lo porta a risolverlo attraverso una routine tecnicamente perfetta - da lui nettamente separata - la cui finalità pare quella dello smistamento fra ciò che è normale e ciò che non lo è. La sua partecipazione in questa operazione è nulla, perché i parametri su cui la psichiatria ha costruito il suo sistema, lo mettono al riparo dalla problematicità della situazione, così che in questo rapporto a due non esiste né l'intervistatore (che non è "situato"), né l'intervistato (che viene cancellato nel momento in cui lo si codifica).



I CRITERI DIAGNOSTICI SECONDO IL  MODELLO AMERICANO DEL  “DSM-IV-TR"
Ecco la RACCOMANDAZIONE CAUTELATIVA del DSM IV-TR
I criteri diagnostici specifici di ciascun disturbo sono forniti come schema orientativo per fare diagnosi, dato che è stato dimostrato che l’uso di tali criteri fa innalzare la concordanza tra clinici e ricercatori. L’uso appropriato di questi criteri richiede una preparazione clinica specialistica che fornisca una base di conoscenze e di capacità cliniche. Questi criteri diagnostici e la classificazione del DSM-IV dei disturbi mentali  riflettono un accordo su definizioni attuali derivate dalla evoluzione costante delle conoscenze nel nostro campo; non includono, comunque, tutte le condizioni per le quali gli individui possono essere trattati o che possono rappresentare argomenti appropriati per la ricerca.
Lo scopo del DSM-IV è quello di fornire descrizioni chiare delle categorie diagnostiche, allo scopo di consentire ai clinici ed ai ricercatori di diagnosticare, di comunicare, di studiare e di curare le persone affette dai diversi disturbi mentali.
VALUTAZIONE MULTIASSIALE
La classificazione multi assiale del DSM-IV comprende cinque assi:
Asse I        Disturbi Clinici, altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica
Asse II      Disturbi di Personalità  Ritardo mentale
Asse III     Condizioni Mediche Generali
Asse IV    Problemi Psicosociali e Ambientali
Asse V     Valutazione Globale del Funzionamento
Un sistema multi assiale facilita la valutazione ampia e sistematica dei vari disturbi mentali e condizioni mediche generali, dei problemi ambientali e psicosociali e del livello di funzionamento, che potrebbero essere trascurati se il centro dell’attenzione fosse rivolto alla valutazione di un singolo problema in atto. Un sistema muti assiale fornisce un conveniente schema per organizzare e comunicare l’informazione clinica, per cogliere la complessità delle situazioni cliniche, e per descrivere l’eterogeneità degli individui che si presentano con la stessa diagnosi.

UN BRANO TRATTO DA “LA DISTRUZIONE DELL’OSPEDALE PSICHIATRICO COME LUOGO DI ISTITUZIONALIZZAZIONE”,1964. FRANCO BASAGLIA
L'immagine dell'istituzionalizzato corrisponde dunque all'uomo pietrificato dei nostri ospedali, l'uomo immobile, senza uno scopo, senza un futuro, senza un interesse, uno sguardo, un'attesa, una speranza verso cui tendere; l'uomo acquietato e libero dagli eccessi della malattia, ma ormai distrutto dal potere dell'istituto; l'uomo che potrà essere spinto alla ricerca di se stesso, alla riconquista della propria individualità soltanto dal possesso della propria libertà, se non si vuole che egli continui ad identificare il suo vuoto interno con lo spazio limitato ed incombente del manicomio. Per il malato la perdita della libertà che è alla base della sua malattia, viene inevitabilmente identificata con la libertà di cui noi lo abbiamo privato: egli è la porta chiusa contro cui ogni progetto, ogni futuro si infrangono.
Naturalmente il problema della libertà per il malato di mente, o meglio il problema del malato nell’ospedale, non è sorto all’improvviso, per l’improvvisa rivelazione di una realtà sconosciuta, ma si è riproposto, con un’esigenza di cui non si può non tener conto, dopo la trasformazione prodotta dai farmaci nel rapporto fra il malato e la sua malattia. Se il malato ha perduto la sua libertà a causa della malattia, questa libertà di ripossedere se stesso gli è stata donata dal farmaco. Se era stato, dunque, possibile ignorare l’appello lanciato dalle teorie psicodinamiche che proponevano un nuovo modo di approccio con la malattia mentale, dopo che i nuovi farmaci hanno creato una nuova dimensione fra il malato e la sua malattia, facendolo apparire ai nostri occhi – libero dai vecchi schemi delle sindromi clamorose – in una sfera completamente umana, non è più possibile isolarlo nel cerchio dei folli e non considerarlo semplicemente un uomo malato. È quindi tempo di affrontare il problema del malato mentale nell’ospedale, in questo spazio chiuso, staccato da ogni rapporto che non sia malato, in attesa di riconquistare la sua personale libertà che non può venirgli regalata né dai farmaci né dal medico.
Burton, nella sua monografia, riconosce tuttavia anche ai farmaci un potere istituzionalizzante e non si può non essere d’accordo con lui, quando il farmaco sia somministrato in un clima seriamente istituzionalizzante: se, contemporanea all’azione del farmaco, l’ospedale non attua un’azione di difesa della libertà, della cui perdita il malato già soffre, il farmaco – dandogli con la azione un limite più vasto di coscienza – aumenterà in lui la convinzione di essere ormai definitivamente perduto e che nessun appello potrà riesaminare la prima sentenza. Così, la particolare attitudine del paziente in trattamento farmacologico – l’indifferenza, l’apatia sotto molti aspetti simili alla perdita di ogni interesse alla vita dell’istituzionalizzato – può essere sempre imputata al costante potere istituzionalizzante dell’ospedale che continua ad agire sul paziente nel senso di un ulteriore deterioramento.

Brani tratti da “GLI ULTIMI GIORNI DI MAGLIANO” DI  MARIO TOBINO, (psichiatra, scrittore, poeta);
1982, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
 
QUALE  LA VERA GIOIA DELL’UOMO?
Lui- futuro dominatore- dalla nascita piglia quell’avvio, appena la sua mente si matura è verso quella meta che subito emana le luci, verso quella meta che poi raggiunta sarà la paranoia, il delirio di grandezza.            Più diventa forte più si arricchisce il suo tema, intesse con maggior precisione la tela della sua personalità. Ogni giorno su se stesso lavora ed ha momenti di orgoglio, ventate di superiorità, godimento come per un accrescimento di possessi, avaro che stringe tra le mani altre monete d’oro.                                                     
Eccolo ormai, il paranoico, nella sua completezza, lo psichiatra tale lo diagnosticherà e se ha un’abbondanza di sintomatologia, fronde di inesattezze, arbitrarie allucinazioni lo giudicherà invece un paranoico grossolano e cioè un paranoideo.                                                                                                                                       Ora qui trattiamo del paranoico puro. Splende la sua nuova persona, da sé costruita, è luminoso di felicità, ebbro di trionfo. E’ diventato proprio lui quello che voleva.                                                                                    
Ma arrivano gli psicofarmaci che lo minano, lo corrodono, apparentemente diroccano il suo castello ed egli brancola stupito, indeciso. Lo obbligano a prendere le pasticche e le parole in bocca si impastano, la sua fronte è offuscata, lo sguardo nebbioso.                                                                                                                         
La sua personalità, la sua meditata costruzione di se stesso, il suo nuovo io al quale lui con estrema fede credeva dagli psicofarmaci imbavagliato, in certi momenti sente che due mani lo strozzano, una dose ancora più forte del farmaco lo renderà ancora più smarrito.                                                                                       
Ma qual è la vera, profonda gioia dell’uomo? Non è esprimere se stesso? Urlare la propria persona? Il proprio io, anche se cambiato, se divenuto matto?
FATA O MOSTRO?
L’immagine ossessiva del carrello delle cure. Immagine della provvidenza o della moderna ipocrita tortura? Per due, tre, quattro volte al giorno i malati prenderanno quelle stabilite dosi di psicofarmaci e anche quel giorno la creazione sarà impedita, non si alzeranno le vele, la prua non fenderà il mare celeste, non ci sarà nessuna navigazione per l’infinito spazio.                                                                                                                     
Quanto spesso mi si presenta l’interrogazione: “Il carrettino delle cure avvolge di spessi veli, intontisce le mosse della follia, a ogni ora rosica la personalità e le cellule degli organi umani, o invece gli psicofarmaci sono provvidenziali, benedetti medicamenti che potano le inutili fronde, che tolgono l’ossigeno al deforme che sta crescendo, moderno medicamento che riporta, sia pure pagando un prezzo, nella regolare rotaia, invenzione che argina il fiume che è per straripare, trattiene per il collo chi è per buttarsi nel pozzo e blandisce, blandisce, mitiga e blandisce il tenebroso dolore che dentro coviamo sin dal primo attimo di vita?”                                                                                                                                                                                          Il carrello delle cure è emblema di benedetta provvidenza o invece di ipocrita tortura?                                                        Il carrello delle cure rende tutti tranquilli e beati, medici e infermieri.                                                                      Renderà tranquilli e beati anche i malati di mente?  “
E SE POI
E se poi, nei due piatti della bilancia poste accuratamente le ragioni a pro e quelle contro, l’ago segnasse a favore degli psicofarmaci, che si deve somministrarli, grande questa scoperta, giusto imbavagliare la follia, meglio una creatura intontita che in balia del furore, meglio uno sconsolato sorriso che la determinazione di gettarsi nella morte, se l’ago della bilancia, come più volte mi pare, si volgesse per l’uso degli psicofarmaci, per adoperarli, allora che almeno questi SIANO SOTTO CONTROLLO, MAI SE NE ECCEDA, MAI PER NONCURANZA SE NE ABUSI.                                                                                                                           
Perché questo avvenga è necessario che i malati siano con attenzione seguiti e meglio sarebbe se fossero ospiti di una casa, di una villa, un istituto-chiamatelo come volete- dove questo controllo sia continuo, sicuro.                                                                                                                                                                             Insomma non deve accadere che per inerzia, per comodità, sotto il peso degli psicofarmaci, la personalità del malato da creatura umana si tramuti in ombra.
 

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